Martedì 31 marzo 2009. A L’Aquila, nel tardo pomeriggio, sette uomini si riuniscono in una sala della sede regionale della Protezione Civile. Sono scienziati, vicepresidenti di commissioni, dirigenti di istituti di ricerca. Convocati d’urgenza per valutare lo sciame sismico che da settimane scuote il territorio abruzzese, e per decidere cosa dire alla popolazione. Nessuno, in quella stanza, immagina che sei giorni dopo, alle 3:32 del mattino, una scossa di magnitudo 6,3 distruggerà il centro storico della città.

Lo sciame sismico che teneva sveglia L’Aquila

La sequenza sismica era cominciata in sordina. Una scossa di magnitudo 1,8 il 14 dicembre 2008, poi una ripresa più decisa da metà gennaio 2009. Da quel momento la terra non aveva più smesso di tremare: scosse di bassa magnitudo distribuite a tutte le ore, epicentri che si spostavano tra la conca aquilana e la Valle Peligna, qualche evento più forte registrato a Pratola Peligna e Sulmona, fino a magnitudo 3,9 il 29 marzo.

In città la tensione era alta. Le scuole avevano svolto esercitazioni di evacuazione, molte famiglie dormivano vestite. E in quelle settimane era diventato celebre un nome: Giampaolo Giuliani, tecnico dei Laboratori del Gran Sasso, che sosteneva di poter prevedere i terremoti attraverso il monitoraggio del gas radon. Il 29 marzo Giuliani aveva telefonato al sindaco di Sulmona annunciando una scossa forte in arrivo. La scossa non arrivò. Per quell’episodio sarebbe poi stato denunciato per procurato allarme.

Tra previsioni contestate, allarmismo crescente e una popolazione esausta, il capo della Protezione Civile Guido Bertolaso decise di convocare la Commissione Grandi Rischi proprio a L’Aquila. Una mossa anche comunicativa: portare la scienza ufficiale sul territorio, mostrare ai cittadini che le istituzioni stavano valutando la situazione.

La riunione del 31 marzo

Alla riunione del 31 marzo 2009 partecipano Franco Barberi (vicepresidente della Commissione), Enzo Boschi (presidente dell’INGV), Giulio Selvaggi (direttore del Centro Nazionale Terremoti), Claudio Eva, Gian Michele Calvi, Mauro Dolce e Bernardo De Bernardinis, vice capo della Protezione Civile.

Il verbale, reso poi pubblico, restituisce il quadro che gli scienziati condivisero: l’area aquilana è classificata in zona sismica 2, il rischio di un forte terremoto storicamente è sempre presente, ma non esistono evidenze scientifiche per affermare che uno sciame sismico in corso anticipi necessariamente un evento maggiore. Barberi ricorda che fare previsioni temporali sui fenomeni sismici è estremamente difficile. Boschi spiega che lungo una faglia attiva la sismicità si manifesta continuamente, con scorrimenti lenti, piccoli terremoti e, raramente, eventi forti. Calvi osserva che le scosse registrate fino a quel momento hanno picchi di accelerazione importanti ma spostamenti spettrali contenuti, difficilmente in grado di produrre danni significativi alle strutture ben costruite.

La conclusione tecnica della riunione, in sostanza, fu doppia: una scossa di forte intensità come quella storica del 1703 era considerata improbabile nel breve periodo, ma non si poteva escludere in assoluto, e l’attenzione vera doveva andare sulla qualità delle costruzioni.

L’intervista che divenne un caso

Il problema arrivò con la comunicazione. Prima ancora che la riunione iniziasse, De Bernardinis aveva rilasciato un’intervista televisiva in cui presentava lo sciame come un fenomeno favorevole, una sorta di “scarico di energia” che riduceva il rischio di un evento maggiore. Una semplificazione scientificamente non corretta, perché lo scarico di energia di terremoti minori non è confrontabile con quello di un sisma di magnitudo 6.

Quelle parole, accompagnate dal tono complessivamente rassicurante della conferenza stampa successiva alla riunione, entrarono nelle case degli aquilani. Diversi cittadini, abituati nei mesi precedenti a uscire di casa al primo segnale sospetto, scelsero di restare a letto anche dopo le scosse sentite nelle ore precedenti il sisma principale.

Sei giorni dopo, il sisma

Il 6 aprile 2009, alle 3:32, una scossa di magnitudo momento 6,3 colpisce L’Aquila e la sua provincia. Il centro storico, già fragile per la sua stratificazione di edifici antichi, crolla in più punti. Frazioni come Onna e Paganica vengono devastate dagli effetti di sito sui terreni alluvionali. Il bilancio definitivo sarà di 309 morti, circa 1.600 feriti, oltre 65.000 sfollati.

In quei giorni di lutto, l’intero Abruzzo cambia volto. Anche la seconda edizione di “Ti lascio una canzone”, che proprio in quelle settimane stava lanciando un quattordicenne di Roseto sui palchi nazionali, sospese ogni festeggiamento: nella puntata dell’11 aprile, andata in onda subito dopo il sisma, il programma decise di non assegnare il riconoscimento di puntata in segno di lutto per le vittime.

Il processo e la sentenza definitiva

Nel 2011 i sette partecipanti alla riunione del 31 marzo vengono rinviati a giudizio. L’accusa è pesante: omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, per aver fornito alla popolazione informazioni inadeguate sul rischio. Nell’ottobre 2012 il Tribunale dell’Aquila li condanna tutti a sei anni di reclusione. La sentenza fa il giro del mondo. La comunità scientifica internazionale, da Nature a Science, parla di “processo alla scienza”.

Il quadro cambia in appello. Il 10 novembre 2014 la Corte d’Appello dell’Aquila assolve Barberi, Boschi, Selvaggi, Eva, Calvi e Dolce da tutte le imputazioni. Per De Bernardinis la condanna viene rideterminata a due anni, con pena sospesa, limitatamente all’intervista pre-riunione. I giudici di secondo grado motivano una distinzione decisiva: l’incontro del 31 marzo non aveva i requisiti formali per essere una vera e propria riunione della Commissione Grandi Rischi, e quindi le responsabilità andavano valutate individualmente. Per gli scienziati, dalla riunione non emersero messaggi rassicuranti scorretti. Per De Bernardinis sì, ma in un’intervista rilasciata prima e in qualità di funzionario della Protezione Civile.

Il 20 novembre 2015 la Corte di Cassazione conferma la sentenza d’appello. Gli scienziati sono definitivamente assolti. De Bernardinis è l’unico condannato.

Cosa resta

A più di quindici anni di distanza, il caso dell’Aquila resta uno spartiacque per la comunicazione del rischio in Italia. Ha cambiato il modo in cui la Protezione Civile parla alla popolazione, ha imposto protocolli più rigorosi sulla differenza tra valutazione tecnica e comunicazione pubblica, e ha lasciato un dibattito mai chiuso sul confine tra dovere di rassicurare e dovere di informare correttamente.

Per le 309 famiglie che quella notte hanno perso qualcuno, la sentenza definitiva ha chiuso un capitolo giudiziario. Non ne ha chiuso uno umano.

Mi chiamo Bernardino Chiulli, sono nato in Abruzzo e oggi vivo a Roma, dove studio Economia e Commercio. Quando posso torno sulla costa, perché il mare mi manca sempre e perché allo stadio Adriatico c'è una squadra da seguire: tifo Pescara da sempre. Amo gli animali e mi piace raccontare la mia terra, tra una lezione e l'altra.