Ho una teoria sulle isole, e te la dico subito così ce la togliamo. Le isole si dividono in due categorie: quelle che ti aspettano e quelle che ti accolgono. Le prime sono bellissime, fotografate ovunque, sanno benissimo di esserlo, e quando arrivi hanno già preparato la versione di sé stesse che vogliono mostrarti. Le seconde sono distratte. Stanno facendo altro quando il traghetto attracca. Non si sono pettinate. Hanno il bucato steso. E in quel bucato steso, paradossalmente, c’è una bellezza che le prime non avranno mai.

Procida appartiene alla seconda categoria. E lo capisci dopo circa quattro minuti di camminata.

Il momento esatto in cui Procida ti frega

Il traghetto da Napoli ci mette un’ora, più o meno. Quello da Pozzuoli quaranta minuti. Durante la traversata farai una cosa che fanno tutti, e cioè pensare: “Stiamo andando a Ischia? Capri? No, Procida“. E ti sembrerà di andare in un posto di serie B, perché il marketing turistico italiano negli ultimi cinquant’anni ha lavorato moltissimo sulle altre due e quasi per niente su questa. È uno di quei casi in cui la disattenzione collettiva si è trasformata, senza volerlo, in un favore enorme.

Poi attracchi a Marina Grande, e la prima cosa che vedi è quella fila di case. Le hai già viste in fotografia, probabilmente. Sono quelle gialle, rosa, ocra, azzurre, bianche, verdi e di altre tonalità che la lingua italiana non ha ancora codificato ufficialmente. Sono tutte ammucchiate sopra il porto come una platea che si è alzata in piedi per applaudire qualcosa che è successo trent’anni fa e si è dimenticata di sedersi.

Una signora di Forio, su Ischia, mi disse una volta che le case di Procida sono colorate “perché i pescatori volevano riconoscere la propria da lontano, quando tornavano dalla pesca”. È una di quelle spiegazioni così belle che non hai voglia di verificare se sia vera. La prendi così com’è, la porti a casa, la racconti agli amici. Funziona, sia che fosse vera, sia che fosse mezza inventata da una signora di Forio in un pomeriggio di scirocco.

Marina Corricella, dove il tempo ha smesso di insistere

Se Procida fosse un libro, Marina Corricella sarebbe l’illustrazione di copertina. È un piccolo borgo di pescatori sotto il promontorio di Terra Murata, raggiungibile solo a piedi attraverso una scalinata, e questo è uno dei suoi segreti meglio custoditi: non puoi arrivarci in macchina. Devi proprio decidere di andarci, scendere quei gradini, accettare che la pendenza esista.

Quando arrivi giù — sudato, perché in estate quella scalinata è una piccola questione personale — ti trovi davanti a una baia minuscola, con barche da pesca tirate in secco, reti stese ad asciugare, gatti che hanno una sicurezza di sé che francamente invidio, e una sfilza di trattorie che si affacciano direttamente sul mare. Una serie di sedie e tavoli che sembrano lì da sempre, perché lo sono.

Ho mangiato lì una volta un piatto di spaghetti alle vongole talmente buono che ricordo ancora il colore della tovaglia (gialla, con piccoli pesci ricamati ai bordi). Il signore che me li servì aveva l’aria di chi cucina la stessa cosa da quarant’anni e non ha intenzione di cambiare. Quando gli chiesi se avesse anche pesce alla griglia, mi guardò con la pazienza che si riserva ai bambini che fanno domande ovvie e disse: “Certo. Ma prima mangia gli spaghetti.” Aveva ragione. Aveva talmente tanto ragione che mi vergognai un po’ di aver chiesto.

Terra Murata, ovvero il punto più alto dell’isola e della tua giornata

Sopra la Corricella c’è Terra Murata, l’antico borgo fortificato. Si chiama così perché era circondato da mura — la fantasia toponomastica dei napoletani del Cinquecento aveva i suoi limiti, ma erano limiti onesti. È il punto più alto dell’isola, novanta metri sul livello del mare, che non sembrano molti finché non te li fai a piedi sotto il sole di luglio.

Lassù c’è il Palazzo d’Avalos, che è stato per quasi due secoli un carcere. Sì, hai letto bene. Una delle viste più belle del Mediterraneo è stata, fino al 1988, l’orizzonte quotidiano di un’umanità che non poteva goderselo. C’è qualcosa di profondamente surreale in questo dettaglio. Stai a guardare il golfo di Napoli, vedi Ischia da una parte, Capri dall’altra, il Vesuvio che fa il suo lavoro di Vesuvio sullo sfondo, e pensi: “Qui c’era gente che non poteva uscire”. Ti viene voglia di scrivere una poesia o di sedersi su una panchina a non dire niente per dieci minuti. Io ho scelto la seconda.

L’Abbazia di San Michele Arcangelo, lì accanto, custodisce una serie di affreschi e di reliquie che meriterebbero un articolo a parte. Diciamo solo che l’arcangelo Michele, per i procidani, non è una figura astratta della liturgia: è qualcuno che, secondo la tradizione, salvò più volte l’isola dagli attacchi dei pirati saraceni. Quando un’isola ti salva dai pirati, le dedichi un’abbazia. Mi sembra giusto.

La spiaggia, le spiagge, l’imbarazzo della scelta

Procida ha qualcosa come otto spiagge, che per un’isola di quattro chilometri quadrati è una densità impressionante. La Chiaia è quella più carina da raggiungere a piedi: si scende lungo una scalinata di centottantasei gradini, che in salita diventeranno un argomento di conversazione per ore. Ciraccio e Ciracciello sono le più lunghe, sul versante occidentale, perfette per chi vuole stendere l’asciugamano senza dover negoziare con i vicini.

Pozzo Vecchio, infine, è la spiaggia diventata famosa per “Il Postino”, il film con Massimo Troisi. Si chiama anche “spiaggia del Postino”, oggi, perché il marketing dei luoghi è una cosa che non perdona mai. Ci si arriva attraverso una strada che sembra portare da nessuna parte e improvvisamente ti consegna una baia con sabbia scura, scogli, e quel tipo di silenzio che esiste solo nei posti dove non sono ancora arrivati gli stabilimenti balneari con la musica.

Una digressione sul limone, perché era inevitabile

Devo parlarti del limone procidano, perché se non lo facessi mi sentirei in colpa per il resto della settimana. Il limone di Procida non è un limone qualsiasi. È enorme, ha una buccia spessa che si mangia, ed è la base di un piatto che si chiama “insalata di limoni” e che — lo dico con la mano sul cuore — è una delle cose più strane e più buone che mi siano capitate in tavola.

Si tagliano i limoni a fette spesse, si condiscono con olio, aglio, peperoncino, menta, sale. Si mangia. Punto. È un piatto di una semplicità imbarazzante che funziona per ragioni che la chimica spiega male e l’esperienza spiega benissimo. La prima volta che me lo proposero, in un ristorante di Marina di Sancio Cattolico, dissi al cameriere: “Solo limoni?”. Lui rispose: “Solo limoni”. Aveva quel tono finale che chiude la discussione. Lo ordinai. Lo finii. Lo ordinai di nuovo.

Procida e il problema piacevole di essere stata scoperta

Nel 2022 Procida è stata Capitale italiana della Cultura. È stato un anno strano per l’isola, perché ha portato turismo, attenzione, articoli su giornali stranieri che fino ad allora la confondevano sistematicamente con altre isole. Da allora qualcosa è cambiato. Più visitatori, più B&B, più traghetti pieni nei weekend di maggio.

C’è chi dice che si stia rovinando. C’è chi dice che era ora. La verità, come sempre, sta in mezzo. Procida sta facendo i conti con il fatto di essere una piccola isola che non può permettersi i numeri di Capri ma non vuole nemmeno tornare a essere il posto dove nessuno andava. È un equilibrio difficile, e la cosa interessante è che le piccole imprese dell’isola — i B&B, i ristoranti, i noleggi di barche — stanno imparando a gestirlo, in parte, con strumenti digitali che vent’anni fa non esistevano. Una signora che gestisce un piccolo affittacamere a Marina Grande mi ha raccontato che oggi più del settanta percento delle sue prenotazioni arriva direttamente dal suo sito, senza passare per i grandi portali. È una transizione che assomiglia, per molti versi, a quella che stanno vivendo le piccole imprese di tutta la costa adriatica e del Centro-Sud, e che racconta una cosa semplice: chi vive di stagione turistica oggi ha imparato che farsi trovare nel modo giusto, online, vale quanto avere una bella vista.

La cosa che porti via, quando il traghetto riparte

Il momento di lasciare Procida è il momento in cui capisci perché tornerai. Sei sul traghetto, vedi le case colorate che si rimpiccioliscono, e ti rendi conto che non hai fatto niente di particolarmente memorabile. Hai mangiato. Hai camminato. Hai guardato il mare. Hai parlato con due persone. Hai preso un caffè da qualche parte.

Eppure ti porti a casa una sensazione che le isole più famose, più curate, più “preparate” non sanno produrre. È la sensazione di esserti riposato senza accorgertene, di aver vissuto un pezzo di vita senza performarla, di essere stato in un posto dove l’autenticità non era un concetto di marketing ma una condizione di partenza che nessuno sapeva nemmeno di dover difendere.

Le isole che ti accolgono sono quelle che, quando le lasci, ti lasciano addosso qualcosa che non sai bene cosa sia. Procida è una di quelle. E forse, in un Mediterraneo dove tutto si sta omologando, è esattamente per questo che dovremmo prendercene cura.

Mi chiamo Bernardino Chiulli, sono nato in Abruzzo e oggi vivo a Roma, dove studio Economia e Commercio. Quando posso torno sulla costa, perché il mare mi manca sempre e perché allo stadio Adriatico c'è una squadra da seguire: tifo Pescara da sempre. Amo gli animali e mi piace raccontare la mia terra, tra una lezione e l'altra.