C’è un momento preciso, arrivando a Corfù, in cui ci si rende conto di aver sbagliato tutte le previsioni. Io me l’ero immaginata come le isole greche delle cartoline — roccia bianca, cespugli stenti, quella luce accecante che ti costringe a strizzare gli occhi per sei ore al giorno. E invece eccola lì: verde. Verde in un modo quasi indecente, con qualcosa come quattro milioni di ulivi che coprono le colline fino all’orizzonte, piantati pare dai veneziani che pagavano i contadini locali per ogni albero messo a dimora. Un’idea geniale e leggermente folle, come molte delle cose che i veneziani hanno fatto da queste parti.
Questa guida raccoglie le cose che vale davvero la pena vedere a Corfù, con qualche consiglio pratico raccolto sul campo — spesso, devo ammetterlo, sbagliando strada.
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La città vecchia di Corfù, un labirinto che sa di Venezia
Il centro storico di Corfù è il genere di posto in cui ci si perde con piacere, anche perché perdersi è sostanzialmente inevitabile. I vicoli — qui li chiamano kantounia — si infilano gli uni negli altri con una logica che sfugge completamente al visitatore e probabilmente anche a chi ci abita. Si cammina tra alti palazzi color ocra, panni stesi tra una finestra e l’altra, e ogni tanto sbuca una piazzetta che sembra messa lì apposta per farti dire “oh”.
L’eredità veneziana è dappertutto, perché Venezia ha tenuto Corfù per quattro secoli, e quando una potenza marittima resta in casa tua per quattrocento anni, lascia qualche traccia nell’arredamento. Ma c’è anche un curioso strato britannico — gli inglesi amministrarono l’isola per una cinquantina d’anni nell’Ottocento — ed è a loro che si deve la Spianada, l’enorme piazza erbosa dove ancora oggi, con una certa serietà, si gioca a cricket. Cricket. In Grecia. Nessuno sembra trovarlo strano, ed è proprio questo a renderlo meraviglioso.
Il Liston e il rito del caffè
Sul bordo della Spianada corre la Liston, un elegante porticato che i corfioti hanno la sana abitudine di usare come salotto. L’hanno costruito i francesi, durante la loro breve comparsa sull’isola, ispirandosi a Rue de Rivoli a Parigi. Sedersi qui a prendere un caffè è teoricamente un’attività turistica, ma in pratica è il modo migliore per non fare assolutamente nulla guardando gli altri fare lo stesso, che è una delle più nobili attività mediterranee.
Le due fortezze veneziane
Corfù ha due fortezze, e gliene siamo grati, perché senza di loro l’isola sarebbe stata invasa più o meno da chiunque passasse di lì. La Fortezza Vecchia sorge su un promontorio roccioso che la separa quasi completamente dalla città, ed è talmente scenografica che fatichi a credere sia stata costruita per ragioni pratiche e non per impressionare i turisti del futuro. La Fortezza Nuova — “nuova” si fa per dire, è del Cinquecento — offre dall’alto una vista che ripaga ampiamente la salita, anche se sul momento la salita sembra avere altre idee.
Quello che colpisce, da lassù, è capire quanto Corfù sia sempre stata un crocevia: un punto da cui si controllava l’imbocco dell’Adriatico, conteso da tutti perché utile a tutti.
Le spiagge di Corfù, dal nord roccioso al sud sabbioso
Le spiagge dell’isola sono sorprendentemente varie, e questo è un altro punto a favore di Corfù come destinazione: non ci si annoia. Il nord-est, dalle parti di Kalami e Agni, è fatto di calette raccolte, acqua trasparente e quel genere di paesaggio che ha convinto la famiglia dello scrittore Gerald Durrell a trasferirsi qui negli anni Trenta — decisione che ha prodotto libri deliziosi e un numero impressionante di animali in casa. La costa occidentale, con Paleokastritsa, alterna baie e promontori verdi a picco sul mare. Il sud, invece, diventa più disteso e sabbioso, con spiagge larghe come Glyfada.
C’è una sensibilità mediterranea condivisa, in tutto questo, che chi viaggia lungo queste coste impara a riconoscere. È la stessa cultura del mare che si ritrova affacciandosi dalle mura di una città pugliese: per chi volesse il confronto, le attrazioni del lungomare di Bari raccontano una versione adriatica e cittadina dello stesso rapporto antico tra la gente e l’acqua salata.
Il Canale dell’Amore e Paleokastritsa
A Sidari, sulla costa nord, l’erosione ha scolpito la roccia arenaria in una serie di insenature strette e tornanti che qualcuno, in un momento di ottimismo romantico, ha battezzato Canal d’Amour. La leggenda dice che chi attraversa a nuoto il canale troverà l’amore della propria vita; la realtà dice che lo attraversano in molti e che le statistiche matrimoniali di Sidari restano misteriosamente nella norma. Ma il posto è bello davvero, e questo conta più della leggenda.
Paleokastritsa, più a sud, è il genere di paesaggio che mette d’accordo tutti: un susseguirsi di baie verdi, un monastero del Tredicesimo secolo arroccato su un promontorio, e gatti monastici che hanno evidentemente capito di vivere in uno dei posti più belli del Mediterraneo e si comportano di conseguenza.
Un salto al Montenegro, lì di fronte
Una delle cose che si dimenticano facilmente, guardando una cartina, è quanto Corfù sia vicina alla costa balcanica. Da qui si vedono le montagne dell’Albania, e poco più su comincia quella costa montenegrina che negli ultimi anni si è ritagliata uno spazio importante tra le mete adriatiche. Chi sta organizzando un viaggio più ampio nella regione potrebbe valutare di combinare l’isola con la terraferma: la guida su cosa vedere a Budva racconta una destinazione che ha qualcosa in comune con Corfù — le mura veneziane, soprattutto — e qualcosa di completamente suo.
Gli ulivi, i kumquat e la questione del cibo
Torniamo agli ulivi, perché meritano. Quei quattro milioni di alberi non sono solo paesaggio: producono un olio che i corfioti difendono con un campanilismo commovente. Ma la vera stranezza gastronomica dell’isola è il kumquat, un agrume minuscolo importato dall’Asia nell’Ottocento che qui è diventato istituzione, declinato in liquori, marmellate e dolci di ogni tipo.
La cucina corfiota porta i segni di tutti quelli che sono passati: la pastitsada, carne in umido servita con pasta, ha un’evidente ascendenza veneziana. È il genere di cibo che racconta una storia, e raccontarla mangiando è sempre il modo migliore.
Consigli pratici per organizzare la visita
Corfù è un’isola che premia chi noleggia un mezzo, perché il meglio è sparpagliato e i trasporti pubblici hanno una concezione del tempo piuttosto rilassata. La città vecchia si gira a piedi in una giornata, ma per le spiagge e i villaggi serve autonomia. Conviene dedicare almeno tre o quattro giorni all’isola: uno per il capoluogo, gli altri per esplorare nord e sud, che hanno caratteri diversi.
Il periodo migliore è la tarda primavera o l’inizio dell’autunno, quando il clima è perfetto e l’isola non è ancora — o non è più — presa d’assalto. Luglio e agosto restano splendidi ma affollati. Come molti posti che hanno qualcosa da dire, Corfù chiede solo che non la si attraversi di corsa: se le si concede tempo, ricambia con gli interessi.
Per chi sta costruendo un itinerario tra coste e isole del Mediterraneo, vale la pena allargare lo sguardo anche alla penisola italiana: la guida alle sette meraviglie di Amalfi completa il quadro di un’area — quella tra Adriatico e Tirreno — che ha fatto del rapporto tra terra e mare la propria cifra da almeno un paio di millenni.



