La prima cosa che ho imparato a Praga è che le mie scarpe erano sbagliate. Non un po’ sbagliate, proprio sbagliate del tutto. Quelle sneakers comode che indosso per camminare ore in qualsiasi altra città europea si sono arrese dopo quaranta minuti, e con loro si sono arresi anche i miei piedi, le mie ginocchia e quella zona della schiena che fino a quel momento non sapevo nemmeno di avere.
Il motivo ha un nome preciso: kočičí hlavy. Significa “teste di gatto”, ed è il modo affettuoso con cui i cechi chiamano quei ciottoli tondi e crudeli che ricoprono praticamente ogni strada del centro storico. Bellissimi nelle foto. Pittoreschi in cartolina. Devastanti sotto i piedi dopo il quarto chilometro. Nessuna guida turistica te lo dice, ma se stai pensando di visitare Praga la prima cosa da mettere in valigia non è una sciarpa per le serate fresche o un adattatore per le prese: sono scarpe con suola spessa, possibilmente già rodate, possibilmente brutte. Praga è una città che si guadagna a piedi, e i tuoi piedi devono essere pronti a guadagnarsela.
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La birra costa meno dell’acqua, e non è un modo di dire
Ti diranno che in Repubblica Ceca la birra è economica. Ti diranno anche che i cechi sono i maggiori consumatori di birra al mondo. Quello che non ti diranno è che le due cose sono collegate, e che lo scoprirai con un certo imbarazzo la prima volta che ti siederai in una hospoda di quartiere.
Ordini un’acqua minerale. Costa quaranta corone. Ordini una pilsner da mezzo litro. Costa trentadue. Tu fai un rapido calcolo mentale, guardi il cameriere come se ti avesse appena rivelato un segreto di Stato, e poi fai quello che farebbe chiunque al tuo posto: ordini la birra. Non per alcolismo, ma per coerenza economica. Per buon senso. Per rispetto verso una tradizione millenaria.
A Praga si beve birra a pranzo, a cena, alle quattro del pomeriggio e talvolta a colazione, e nessuno ti giudica. È quasi maleducato non farlo. Il cameriere ti guarda con sospetto se ordini un’acqua. Ti chiederà, con genuina preoccupazione, se ti senti bene.
Il trdelník non è ceco. Ripeto: non è ceco
Quei coni di pasta zuccherata e arrotolata che vedrai vendere in ogni angolo di Staré Město, con dentro la Nutella, il gelato, le fragole, la panna montata e ogni cosa abbia un peso calorico a quattro cifre? Quelli che fanno la fila e fotografano gli instagrammer di tutto il pianeta? Non sono cechi. Non hanno niente a che fare con la tradizione boema. Sono un’invenzione recente, probabilmente importata dalla Slovacchia o dall’Ungheria, riadattata, esposta a turisti distratti e venduta a otto euro l’uno.
I praghesi veri non li mangiano. I praghesi veri ridono dei turisti che li mangiano. Se vuoi assaggiare qualcosa di realmente ceco, ordina un knedlík (un gnocco di pane bollito, che sembra una nuvola ma pesa come un mattone), oppure una svíčková (carne di manzo con salsa di radici e panna acida). Sono pasti che richiedono un riposino subito dopo, ma sono quello che i cechi mangiano davvero.
L’orologio astronomico è una mezza delusione
Mi dispiace doverti rovinare la sorpresa, ma è meglio che tu lo sappia adesso piuttosto che a Praga, gomito a gomito con duecento altre persone in attesa di un evento che dura cinquantasette secondi.
Ogni ora, dalle nove alle ventitré, l’orologio astronomico di Praga compie il suo celebre spettacolo. Le finestrelle si aprono, gli apostoli sfilano, la Morte suona la campanella, e tu pensi: tutto qui? Sì. Tutto qui. È un capolavoro di ingegneria del Quattrocento, certo, ed è ammirevole che funzioni ancora, ma se ti aspetti qualcosa di paragonabile a uno spettacolo di fuochi d’artificio resterai con un’espressione vacua sul volto e una sottile vergogna addosso.
Il consiglio che nessuno ti dà è questo: l’orologio è meraviglioso da guardare senza aspettare lo spettacolo. È un’opera d’arte. Avvicinati, studialo, leggi i quadranti, ammira l’astrolabio. Poi vattene. Lascia che siano i turisti a fotografare il piccolo scheletro che suona la campanella.
I quartieri veri sono altrove
Žižkov
Se hai due o tre giorni a Praga, dedica almeno mezza giornata a Žižkov. È il quartiere bohémien, leggermente trasandato, pieno di pub che non chiudono mai, di artisti, di studenti, di gatti randagi che ti guardano come se conoscessero un segreto. C’è una torre della televisione costruita nel periodo comunista che assomiglia a un razzo sovietico mal riuscito, e su cui David Černý ha attaccato statue di neonati giganti che si arrampicano. È inquietante e geniale.
Vinohrady
Vinohrady invece è il quartiere dei trentenni con il cane, dei caffè con il wi-fi e dei ristoranti vegani. Edifici Art Nouveau, ampi viali alberati, parchi dove i praghesi leggono libri veri (di carta) la domenica mattina. Se l’idea di Praga che ti sei fatto in testa è solo quella delle guglie gotiche e dei vicoli medievali, Vinohrady ti spiazzerà piacevolmente.
Karlín
Karlín è stato distrutto da un’alluvione nel 2002 ed è risorto come quartiere creativo, con loft riconvertiti, startup, panifici artigianali che vendono pane a sei euro al chilo, e una piazza centrale, Karlínské náměstí, che la sera si riempie di gente seduta sull’erba a bere vino.
Praga è una città che si sopravvaluta in alta stagione
Da maggio a settembre, Praga si trasforma in un parco a tema medievale popolato da addii al celibato britannici, gruppi organizzati italiani, scuole tedesche in gita e americani che cercano disperatamente il Kafka Café (ne esistono almeno sei, nessuno frequentato realmente da Kafka). Il Ponte Carlo diventa impraticabile. Il castello richiede tre ore di fila. I prezzi raddoppiano. I camerieri perdono la pazienza, e hanno tutto il diritto.
La verità che nessuno ti dice è che Praga è una città d’inverno. Lo è sempre stata. È stata costruita per il freddo, per la nebbia, per le luci gialle che si riflettono sui ciottoli bagnati di pioggia, per le birre scure bevute in cantine fumose, per i mercatini di Natale che profumano di vin brulè e salsiccia alla griglia. Andare a Praga in agosto è come andare a Stoccolma in costume da bagno: tecnicamente possibile, fondamentalmente sbagliato.
Se puoi scegliere, vai a novembre. Vai a febbraio. Vai a marzo, quando ancora fa freddo ma il sole inizia a tornare. La città si rivela in tutta la sua bellezza malinconica, e tu ti senti meno turista e più viaggiatore.
Il castello non è un castello, è una città
Quando ti diranno di visitare il Castello di Praga, e ti diranno di prevedere “un paio d’ore”, non credere a nessuna delle due affermazioni. Il Castello di Praga non è un castello: è il più grande complesso castellano del mondo, secondo il Guinness dei Primati. Cattedrali, giardini, palazzi, vicoli, musei, ristoranti, viste panoramiche, soldati che fanno il cambio della guardia con una serietà che rasenta la comicità. Ti servono quattro ore se vai di fretta, una giornata intera se vuoi capirci qualcosa.
Il biglietto si compra all’ingresso, non online (o meglio: online si può, ma la fila per il ritiro è uguale). Esistono diversi circuiti combinati, e quello “lungo” comprende anche la Casa d’oro nel Vicolo d’Oro, dove Kafka visse per un breve periodo. Vicolo d’Oro che in realtà oggi è una via di negozietti per turisti, ma le casette sono autenticamente medievali e il colpo d’occhio merita.
I bagni pubblici costano. Sempre
Una cosa che mi ha colpito a Praga è la disinvoltura con cui devi pagare per andare in bagno. Nei centri commerciali, nelle stazioni, nei musei, perfino in alcuni ristoranti se non sei cliente. Dieci, venti, trenta corone. Tieni sempre monete piccole con te: ti salveranno la vita più volte di quanto pensi.
E già che ci sei, tieni anche presente che il bancomat in Repubblica Ceca è ovunque, ma quelli con il marchio Euronet (gialli e blu, posizionati nelle zone più turistiche) applicano commissioni allucinanti e tassi di cambio truffaldini. Cerca bancomat di banche vere: ČSOB, Komerční Banka, Česká Spořitelna. Risparmierai abbastanza per due cene.
La lingua è impossibile, ma non ti serve
Il ceco ha sette casi grammaticali, parole senza vocali (sì, “zmrzlina” significa gelato), e una pronuncia che fa sembrare il polacco un dialetto napoletano. Non provarci nemmeno. Impara solo due parole: “dobrý den” (buongiorno) e “děkuji” (grazie). Le pronuncerai male, i praghesi sorrideranno, e l’interazione proseguirà tranquillamente in inglese, che a Praga parlano praticamente tutti sotto i cinquant’anni.
Detto questo, fai uno sforzo. Anche pronunciato male, “děkuji” cambia completamente il modo in cui i camerieri ti guardano. È un piccolo gesto di rispetto in una città che ne ha viste tante, di occupazioni e di turisti maleducati, e che apprezza chi almeno prova.
L’ultima cosa che nessuno ti dice
Praga ti resta addosso. Non subito, non quando sei lì. Lì sei distratto dai ciottoli, dalle birre, dalle code, dalla bellezza che a tratti è quasi eccessiva. Praga ti torna in mente dopo, settimane dopo, quando in una sera qualunque ti accorgi che vorresti essere di nuovo seduto in quella hospoda di Žižkov a guardare la nebbia salire dal fiume.
È una città che non urla, non si impone, non cerca di sedurti. Sta lì, con le sue guglie e le sue ombre, e aspetta che tu capisca da solo perché vale la pena tornarci. E tu ci tornerai. Lo sappiamo entrambi.


